11La fotografia rallenta lo sguardo rendendolo più umano. Questo è particolarmente importante nei nostri tempi tecnologici dominati dalla frenesia di andare sempre più veloci.
La fotografia vive di soglie, il passaggio “da… a…” e viceversa: dal mondo esterno a quello interiore; dal negativo al positivo; dalla luce all’ombra; da quello che si vede a quello che resta nascosto. Questo punto di equilibrio si gioca nell’inquadratura. Fotografando, io cristallizzo nell’immagine una parte del mondo e contemporaneamente ne cancello un’altra. La relazione tra ciò è rappresentato e ciò che è lasciato fuori (che spesso è più importante di ciò che è nell’inquadratura) è quanto voglio comunicare con quella immagine. La fotografia è dunque un allenamento continuo al togliere: togliere sia dal punto di vista oggettivo sia dal punto di vista soggettivo, per arrivare a una forma di comunicazione che sia la più semplice possibile.
La fotografia ha bisogno del silenzio, che è il portinaio della vita interiore. Devo restare in silenzio (anche nel mezzo di una strada rumorosa), finché la presenza mentale dell’oggetto da rappresentare non arrivi ad affermare la mia persona che lo avverte. Ciò avviene progressivamente.
All’inizio devo concentrare la mia attenzione e lasciare che sia l’oggetto stesso a generare la propria fotografia. Io mi devo limitare a essere soltanto un obiettivo fotografico. In tal modo incontro la presenza dell’oggetto e posso esplicitarla. Questo significa sempre lotta.
Poi però è necessario andare oltre e raggiungere me stesso, dopo aver compreso che è proprio l’oggetto stesso a costituire il limite mentale che va superato.